L'aia

D’estate l’aia era spesso coperta di granoturco, frumento o fagioli che si essiccavano al sole.

La zia Giulia mi aveva insegnato come rigirare il cereale di turno senza usare l’apposito rastrello di legno: si strisciava scalzi in mezzo al frumento, formando un solco che costeggiava il perimetro dell’aia. All’interno di questo, lasciando una certa distanza, si faceva un solco parallelo e così di seguito fino ad arrivare al centro.

Il risultato era una superficie di solchi concentrici di cereali che essicavano al sole e un gran divertimento per noi bambini.

Si facevano anche altri giochi a piedi nudi, come i salti dai sacchi di cereali impilati nel magazzino oppure dal punto più alto delle cataste di fieno. Dopo la mietitura del grano, i salti erano ancora più numerosi perché si facevano dalle balle di paglia impilate, che avevano preso il posto del fieno.

La casa del nonno era una casa come se ne vedono ancora in Piemonte.

Si sviluppava tutta in orizzontale: balcone stretto e lungo al primo piano, dove si trovavano alcune camere e il fienile; cucina, camere al piano terra; aia davanti alla casa, gabinetto e magazzino in fondo al cortile.

Era una costruzione grande, ma non abbastanza per sette figli.

Alla morte del nonno fu divisa in tre parti che andarono a tre fratelli. Agli altri quattro toccò uno o più appezzamenti di terreno coltivabile. Mio padre Pino era tra questi ultimi.

Sposato da pochi anni, con una bambina piccola, la moglie forestiera (ovvero di un paese vicino), Pino lavorava in un negozio di sementi. Sorprese tutti, quando comprò e pagò il terzo di casa del fratello Lorenzo, che aveva trovato una sistemazione più consona alle sue esigenze.

Fino ad allora aveva vissuto con la famiglia in due camere in affitto, senza acqua corrente, con una rampa di scale da salire ogni volta. Il rumore del treno, che si vedeva passare dalla finestra, accompagnava l'intera giornata e qualche volta la notte.

La parte di casa del nonno sembrava una reggia al confronto.

In realtà consisteva in due sole camere, una cantina, la stalla, fornita di abbeveratoio e acqua corrente (dove una volta crescevano più di 40 mucche), il cortile - che noi chiamiamo aia -  e il magazzino.

Al piano superiore, una stanza mai terminata, cui si accedeva da una scala interna e il fienile, dove papà metteva la legna per l’inverno. Qui si accedeva dall’esterno, con una scala a pioli che noi bambini salivamo e scendevamo come gatti.

Un muretto basso con una rete divideva il terzo di casa della zia Giulia, dalla nostra. Un identico muretto separava la casa della zia Giulia dall’ultimo terzo dell’edificio, di proprietà dello zio Federico.

Papà aveva fatto sistemare le due stanze, cucina e camera da letto, sostituendo il pavimento di terra battuta con piastrelle di ceramica.

Il focolare era sparito per far posto a una bella stufa a legna che serviva per cucinare e, d’inverno, per asciugare i panni che si stendevano sui suoi ferri a raggiera, sistemati sul tubo che arrivava al camino.

Il gabinetto era in fondo all’aia: faceva parte di una piccola costruzione in muratura che comprendeva anche un porcile e un pollaio. D’estate non c’erano problemi, ma d’inverno, per arrivarci si doveva attraversare l’aia, coperta di neve, percorrendo il sentiero che papà aveva ricavato spalando la neve. Quando ero molto piccola, avevo paura a raggiungere il gabinetto di sera. Sprovvisto di luce elettrica, si raggiungeva con una pila e si sentivano spesso dei fruscii, degli strani rumori, probabilmente topi, che nella mia immaginazione diventavano personaggi mostruosi, nel migliore dei casi, ladri.

Per questo ho imparato a fare le cose in fretta e, ancora oggi, sono tra le persone che non leggono in bagno.

Davanti al pollaio, che noi non usavamo perché non avevamo le galline, cresceva una vite di uva americana che stendeva i suoi rami fino a formare un pergolato che costeggiava un lato del cortile, raggiungendo la cucina.

D’estate, la parte dell’aia sotto il pergolato era in ombra e, anche se non c’era mai un alito di vento, sembrava di stare più freschi. Si finiva tardi di cenare e i miei genitori erano così stanchi che raramente prendevano il fresco sotto il pergolato. Qualche sera di domenica, quando si lavorava un po’ meno, la mamma prendeva un ventaglio, si sedeva sulla sedia a sdraio sotto il pergolato e si concedeva un po’ di riposo.

Il muretto con la rete della zia Giulia era importante per noi bambini per due motivi: vi si posavano sopra le libellule che noi catturavamo con tecniche raffinate, poi lo utilizzavamo come rete per giocare a palla volo.

Io ero spericolata e ostentavo un coraggio che non sempre avevo.

Mi impressionavano i lampi e i tuoni perché si raccontavano aneddoti terrificanti che si erano verificati in campagna durante i temporali. Si diceva che fosse morta una contadina, che mio padre aveva conosciuto, perché durante un temporale si era riparata sotto un grande albero fronzuto che il fulmine aveva colpito in pieno abbattendolo. La donna era rimasta uccisa sotto il tronco spezzato.

Il lampo precedeva sempre il tuono: quando si sentivano quegli enormi boati, il pericolo era già passato, così diceva mio padre. Per convincermi, durante il temporale, prendeva una sedia e si sedeva in mezzo al cortile aspettando che cominciasse a piovere. I lampi squarciavano il cielo disegnando saette sfolgoranti che illuminavano l’aia avvolta nell’oscurità. Per dimostrare che non avevo paura, prendevo il mio sgabellino di legno, lo mettevo vicino alla sua sedia e insieme sfidavamo i lampi aspettando il tuono liberatorio. Alle prime gocce di pioggia ci rifugiavamo ridendo in casa, sgridati dalla mamma che non voleva vederci bagnati fino al midollo.

Il muretto della zia Giulia era costeggiato da una bordura di rose.

Una di queste aveva il mio nome: Aurora. Era molto profumata e di un rosso intenso. Col passare degli anni, pur non avendo il cosiddetto pollice verde, imparai ad amare le piante di rose, più dei gerani, dei limoni e delle erbe aromatiche che la mamma coltivava nei vasi. Mi piaceva tagliarle e farne grandi mazzi da mettere in cucina al centro del tavolo. Mio zio Gigi, che era il mio padrino, con pazienza mi aveva insegnato a potarle e ancora oggi, nel piccolo giardino di casa, sono io che poto le rose e le altre piante.

Negli ultimi anni, quando non vivevo più in casa dei miei genitori, papà aveva “rubato” una piccola parte di aia vicino alle rose ricavando un’aiuola dove aveva piantato un ciliegio. Le ciliegie sono state sempre il mio frutto preferito. Per questo non gli ho mai perdonato di non aver piantato prima quell’albero. 

Mi piaceva guardare l’aia, quando iniziava a piovere: le gocce d’acqua alzavano una leggera polvere e subito dopo si sentiva quell’odore di catrame che saliva dall’asfalto, mentre l’odore di terra bagnata proveniva dalle aiuole. Se eravamo nel fienile a giocare a nascondino si sentivano le gocce di pioggia battere sulle tegole del tetto: sembravano note sempre diverse secondo l’intensità della pioggia. Mi fermavo e in silenzio ascoltavo quella musica.

Quando ancora non c’era la lavatrice, il bucato si faceva nel mastello con la cenere.

Tutto il rito si svolgeva sull’aia, poco lontano dalla cucina.

Il procedimento era lungo e faticoso anche perché le lenzuola non erano di lino ma di canapa, tessute a mano e pesantissime. Per torcerle erano necessarie due donne.

Veniva spesso da noi una sorella di papà, rimasta vedova, cui eravamo molto affezionati. La mamma le voleva bene perché non la trattava da “forestiera” difendendo certe sue abitudini che in paese erano considerate stravaganze, come uscire di casa sempre col rossetto o il cappello.

La zia aveva molta pazienza con noi bambini e ci lasciava fare cose che la mamma non permetteva, come aiutarla a lavare i panni quando era tempo di bucato. Mi faceva un po’ di spazio sull’asse dove i panni venivano strofinati col sapone e mi insegnava come si lavavano e si spazzolavano i calzini o i fazzoletti. Riuscivo sempre a bagnarmi le maniche, anche se, pazientemente, la zia me le arrotolava oltre il gomito un’infinità di volte.

Sull’aia avevo imparato ad andare in bicicletta.

Era troppo alta per me. Seduta sulla sella non riuscivo a pedalare: avevo le gambe troppo corte.

La bici era stata di mia cugina, che era più grande di me. A lei ne avevano comprata una nuova. Tutti i bambini imparavano su bici piccole, cui si applicano le rotelle per mantenere l’equilibrio. Per me non era stato così.

 “Guarda avanti e guida bene col manubrio” diceva mio padre reggendomi la sella.

Sono cascata più di una volta, ma alla fine ho imparato ad andare su quella “bici quasi da grande” pedalando senza sedermi fin quando le mie gambe si sono allungate. Mi è sempre piaciuto andare in bicicletta. Ho anche imparato a pedalare senza reggere il manubrio con le mani, equilibrandomi dalla sella.

Quando volevo stare un po’ da sola o evitare di aiutare mia madre nelle faccende domestiche, prendevo la bici e me ne andavo lungo il fiume o attraverso i campi, senza mai perdermi, perché papà mi portava spesso con lui e conoscevo strade e sentieri.

L’aia diventava la protagonista assoluta quando si trebbiava il grano.

La trebbiatura: una grande fatica liberatoria per uomini e donne, che finiva in festa.

Alle prime ore dell’alba arrivava la trebbiatrice, gigantesca, che riusciva a stento ad entrare nel cortile, dove si piazzava al centro. Si controllava che tutte le parti della grande macchina fossero pronte e si avviava il motore che si sentiva in tutto il vicinato.

I bambini, che ancora dormivano, balzavano dal letto perché non volevano perdersi nulla di quella giornata particolare.

Intanto i carri carichi di frumento si avvicinavano alla trebbiatrice e gli uomini, in piedi su quelle montagne d’oro, con i loro forconi cominciavano a gettare grandi quantità di spighe nella bocca gigantesca.

Un processo laborioso divideva i chicchi dalla paglia che veniva imballata da un addetto con dei fili di ferro di giusta lunghezza provvisti di un occhiello. Un altro contadino provvedeva a spostare queste balle di paglia che si accatastavano e sarebbero servite in inverno come “giaciglio” per le mucche. Altri uomini sorvegliavano l’uscita del grano dalla trebbiatrice e provvedevano a sostituire il sacco di frumento pieno con un altro sacco da riempire.

La polvere avvolgeva uomini e cose. Sete e sudore mettevano a dura prova quella gente abituata alla fatica e al caldo.

Il compito di noi bambini era quello di passare tra gli uomini che lavoravano portando loro da bere. Avevamo un grande recipiente pieno d’acqua fresca e un mestolo. Tutti bevevano volentieri e ci sorridevano vedendo il nostro impegno. Perché l’acqua fosse sempre fresca ci mandavano a comprare grandi cubi di ghiaccio (il frigorifero ancora non c’era) che si conservava in cantina avvolto in asciugamani di tela.

Le donne erano impegnate fin dai giorni precedenti nella preparazione del pranzo finale paragonabile, per le tante portate, solamente al pranzo per la festa del Santo Patrono.

Salumi, vitello tonnato, insalata russa, capricciosa, acciughe sott’olio, peperoni in bagna cauda, uova ripiene, prosciutto in gelatina, melanzane sott’olio, verdure con tonno, tomini con le erbe e altre specialità della padrona di casa costituivano gli antipasti. Subito dopo si servivano gli agnolotti al sugo, il brodo di gallina, cui potevano seguire altri primi piatti. Le carni erano il coniglio arrosto o alla cacciatora, il pollo al forno, le bracioline impanate e fritte nel burro. Tutti però aspettavano il fritto misto che era d’obbligo nei grandi pranzi: salciccia, vitella, cervello amoreggiavano con mela fritta, amaretto, semolino dolce. Questo era la base cui ogni massaia aggiungeva quello che le suggeriva la fantasia. Insalate, verdura ripassata, peperonata precedevano dolci e torte fatte in casa, sempre squisite.

In autunno sull’aia si faceva il vino che si sarebbe consumato in casa durante l'anno.

Si preparava la botte lavandola e poi riempiendola per alcuni giorni di acqua e foglie di pesco.

A questo punto era pronta per accogliere l’uva che papà pigiava a piedi nudi coi calzoni rimboccati fino all’inguine. A volte erano due uomini a pigiare. Ogni anno mi promettevano che quando fossi stata più grande avrei potuto pigiare anch’io l'uva.

Anni dopo, la pigiatura veniva fatta con una grossa macina a manovella che si poneva sulla bocca della botte dove si versavano i grappoli.

Poi il vino fermentava e, dopo diversi giorni, era spillato e versato nelle damigiane di vetro impagliate. Queste si ponevano in cantina dove il vino doveva essere travasato dopo un certo periodo di tempo. Solo dopo queste operazioni si poteva imbottigliare e bere. Gli acini che rimanevano dopo aver svuotato la botte erano “macinati” una seconda volta con l’aggiunta di un altro po’ di uva ottenendo un vinello leggero.

Il vino di papà era genuino ma non era mai molto buono. Nel migliore dei casi risultava aspro. Papà teneva molto al mio giudizio. “Com’è il vino quest’anno?” Siccome mi spiaceva deluderlo, dicevo sempre una mezza bugia. Mi aveva insegnato a bere il vino da piccola, mischiandolo all’acqua. Adesso inorridisco quando vedo qualcuno mischiare il vino con l’acqua. Si può alternare l’acqua al vino, mai mischiare le due bevande!

Veniva poi il periodo delle piogge. A volte pioveva per giorni e giorni. A me non ha mai dato fastidio la pioggerellina, uggiosa e sempre uguale, né i forti temporali, che facevano straripare le grondaie. Quando dovevo attraversare l’aia per arrivare al magazzino, difficilmente utilizzavo l’ombrello, che era sempre a disposizione fuori della porta. Facevo una corsetta ed eccomi di ritorno, con qualche goccia sul viso e le scarpe bagnate. Se invece dovevo uscire per la spesa o per andare a scuola, non mi creavo problemi: aprivo il mio ombrello e via.

Ancora oggi, quando piove, il mio umore non cambia, non mi rattristo né cambio i miei programmi. Ho solo un po’ di nostalgia per quella pioggerella sottile che durava giorni e giorni. Dove vivo ora, la pioggia è dirompente e dura solo qualche ora.

C’era una striscia di cortile che rimaneva asciutta: mezzo metro, riparato dallo spiovente del tetto. Mi piaceva sedermi fuori e giocare in quello spazio ristretto mentre pioveva. Quando ancora avevo Cibolo, il mio cane, stavamo insieme in quel mezzo metro: gli pettinavo il pelo bianco e fulvo e lui mi lasciava fare contento di stare con la sua padroncina.

La nebbia era un altro elemento presente per lunghi periodi dell’anno. Avvolgeva ogni cosa sfumando i contorni e attenuando i rumori. Anche nell’aia, come sulle strade, sembrava di camminare nel latte.

La cosa più bella però era il cortile innevato. La rete sul muretto era una ragnatela d’argento. I fili della luce, resi spessi dal carico bianco, sembravano un rigo musicale pieno di note che si srotolavano al posarsi dei passeri. Pettirossi, cinciallegre, scriccioli: quando non trovavano semi o piccoli insetti, si avvicinavano alla porta della cucina in cerca di qualche briciola, timorosi e pronti a volar via non appena si apriva la porta.

Capitava a volte che dopo una nevicata notturna la giornata si presentasse con un bel sole invernale. Allora tutto assumeva un colore particolare; una luce smagliante illuminava la neve e ti faceva stringere gli occhi per osservare le cose.

Noi bambini volevamo fare il pupazzo di neve, bello come quello dell’album da disegno, coi bottoni, la sciarpa, il naso di carota…I nostri genitori non avevano tempo né voglia di prendere freddo per i nostri “capricci”. Così lo facevamo da soli, come eravamo capaci e non riusciva mai molto bello, ma per noi era sempre stupendo.

L’unico vero problema erano i piedi bagnati. Non c’erano dopo sci o scarponi.

Ricordo i miei zoccoletti di legno.

Sopra le calze lunghe di lana, fermate con l’elastico, mettevo un paio di calzini e poi infilavo gli zoccoli. Effettivamente i piedi rimanevano asciutti. Si usavano però solo in casa, quasi per gioco. Nel vicolo, proprio dietro la nostra casa, abitava Giuanin che fabbricava questi zoccoli di legno. D’inverno tutti i contadini in paese usavano questo tipo di calzature. Molti anni dopo, in Olanda, ho rivisto gli stessi zoccoli, in porcellana, come soprammobili. A scuola invece si andava con le scarpe o gli stivaletti ma quando la neve era alta i piedi erano sempre bagnati o quanto meno umidi.

Sull’aia c’erano due lunghi fili per stendere i panni. Il bucato si metteva ad asciugare fuori anche d’inverno, per far scolare i panni più pesanti, che al mattino si trovavano rigidi come baccalà. Si portavano allora in casa e si ponevano sullo stendino mentre i panni piccoli si facevano asciugare sulla stufa.

Quando la neve era troppo alta e non si poteva andare fuori a giocare, ci divertivamo a fare i disegni sui vetri appannati della porta della cucina. La mamma fingeva di sgridarci ma ci lasciava fare. Quando non erano abbastanza appannati ci soffiavamo sopra più volte e riprendevamo a disegnare.

Se eravamo troppo irrequieti la mamma ci raccontava qualche favola mentre cuciva o rammendava. Ci sedevamo ai suoi piedi e ascoltavamo rapiti “Cappuccetto Rosso” “Cenerentola” o “La bella addormentata nel bosco”. Tutto si trasformava in un mondo magico quando a raccontare le fiabe era la nonna: nessuno conosceva favole così belle e lunghe e nessuno sapeva raccontarle come lei. Riuscivi ad immaginare personaggi, vestiti, luoghi. Ti sembrava di essere in mezzo a loro e partecipare alle avventure.

La nonna veniva raramente a trovarci perché non andava d’accordo con papà. Quando arrivava col treno, noi andavamo felici ad aspettarla alla stazione. La riaccompagnavamo tristi quando ripartiva. Tra i regali che ci portava c’era spesso un dolce che comprava in pasticceria. I pasticcini si mangiavano solo in occasioni speciali. Si facevano raramente anche le torte in casa, perché mamma non amava cucinare. Il sapore e il profumo della crema rosa racchiusa in quel rotolo dolce li ho cercati per anni senza trovarli.

Come allora, ogni anno torna la primavera.

Risento il profumo dell’erba tagliata, della cera delle fiaccole durante la processione, delle rose a maggio.

Chiudo gli occhi e gioco ancora una volta a nascondino sull’aia prima che faccia buio.