Improvvisamente un allegro scampanellio ruppe il monotono sussurrare della corrente fra le sponde pietrose.

Sorpreso mi guardai intorno.

Il fiume era deserto. 

Sotto le arcate del ponte la Dora scorreva tranquilla, illuminata dalle prime luci dell'alba ed il bosco, sommerso nella nebbia mattutina, pareva sopito nel sonno più profondo.

Poi un altro scampanellio ed un altro più persistente ancora attrassero completamente la mia attenzione, per cui, incuriosito, mi affacciai al parapetto per vedere chi fosse quel pescatore tanto mattiniero che, dopo una levataccia notturna, si era lasciato cogliere da un sonno così pesante da non sentire i ripetuti richiami lanciati dal campanello dopo che il pesce aveva abboccato all'amo. 

Ma strano a dirsi, con tutto quello scampanellare, non un fruscio di passi, non un brusio di rami fra la fitta vegetazione, non un segno di vita. 

Indubbiamente, o quel pescatore era in tutt'altre faccende affaccendato, od era sordo quanto cento sordi messi insieme, per cui mi colse un sospetto. Certo, pensai, se fosse proprio lui quel solitario, ci vorrebbe una campana a martello per farlo sentire. Allora posai lo sguardo nel luogo che frequentava abitualmente, ed ecco finalmente apparirmi la sua canna "piazzata" fra il folto della riva, in atto di vibrare un'altra volta mentre, il campanello infisso sul cimino quasi schizzava via tanto ondeggiava con violenza avanti e indietro. 

Ed era proprio lui. 

«Come va Dino?», gli dico allorchè gli son vicino quasi di sorpresa!

Lui si scuote, rimane un momento senza fiato dallo stupore, poi, deposta la rivista che sta leggendo, balza in piedi tutto festante porgendomi la sua ossuta mano che stringo fra la mia con tutto il calore della più salda amicizia.

Poi, siccome il campanello riprende a suonare con maggior lena senza che lui se ne dia per inteso, «Dino - gli dico... - sei venuto qui per pescare o per leggerti la rivista? Non senti che il campanello è mezz'ora che trilla a tutto andare, cosa aspetti per andare a vedere, che il pesce ti spezzi la canna in due tronconi?»

E siccome Dino mi giura che ha sentito proprio niente e continua a guardarmi con quel suo fare tra il serio e il faceto, non lo sto a ridire un'altra volta.

Dio, che sordone, penso fra me, e mi precipito sul posto ove non trovo altro che lo spuntone di ferro infisso al suolo. A furia di strapponi la canna se n'è andata alla deriva ed addio trota colossale: chi ha pescato questa volta è stato il pesce. 

Dirò che Dino Matteja è il più ostinato pescatore da fondo che abbia mai conosciuto. Per lui non esiste altro tipo di pesca e pesca a fondo d'estate, d'autunno, d'inverno; insomma in qualunque stagione, col risultato che gli altri riempiono il cestello e lui non riempie un bel niente.

Dino dice che si accontenta di riempirsi i polmoni d'aria buona e, se porta a casa dei pesci, la sua dolce metà, che ad onor del vero è il doppio di lui, lo riempie d'improperi perchè non sopporta l'odore. 

«Ma allora perchè vai a pescare?», gli domando.

«O bella - mi fa - io vado a pescare perché mi piace starmene in riva al fiume solo e soletto in contemplazione della natura e con qualcosa da fare. "Piazzo" la canna e leggo il mio giornale. Se il pesce mangia, peggio per lui e se non mangia mangio io, e dopo che mi son fatto una bella mangiata e una buona bevuta, me ne ritorno a casa contento e beato col mio cestino vuoto; contento io, contenta l'Angiolina e contenti anche i pesci, siamo contenti tutti quanti assieme.» 

Strano modo di concepire la pesca, penso fra me, ma poi non me ne faccio meraviglia. 

Dino è fatto a modo suo, però nella vita sa quel che si fa e dove vuole arrivare. 

Veramente, se malgrado le sue modeste condizioni economiche è riuscito a fare studiare i figli e metter su casa come voleva, è stato grazie alla sua indomita volontà ed agli innumerevoli sacrifici sostenuti. 

Terz'ultimo di una numerosa nidiata contadina, dalla quale ne uscì sez'arte ne parte a trentott'sanni suonati, ha fatto tutti i mestieri del mondo, dal cameriere all'operaio tutto fare, dal giardiniere al mediatore, adattandosi a qualsiasi lavoro senza mai perdersi di coraggio neppure nei momenti più difficili quando, coinvolto in un dissesto finanziario, pur di mantener fede ai propri impegni, si trovò ridotto al lumicino. 

Non ha nemici; il solo nemico è l'ufficio delle imposte per colpa del quale, dopo essere stato spremuto come un limone, ha dovuto abbandonare la sua attività di mediatore di cereali.

Ora fa il giardiniere al CNEN, un lavoro che gli piace perché gli consente di essere giornalmente a contatto con la natura.

A vederlo così magro come un chiodo si direbbe che dovrebbe sfasciarsi da un momento all'altro, ed invece ha un'energia senza pari, capace di tirare la "ranza" da mattina a sera con la stessa disinvoltura di un ventenne.

In quanto a tener banco in un caffe, anche dopo una giornata di lavoro massacrante, questo lo sanno un po' tutti, non teme confronti. 

Ed ora parliamo un po' della sua gioventù. 

Lo vediamo ragazzino che fa la comparsa sul teatrino dell'oratorio.

Si innamora del teatro.

Cresce, ne assume la regia.

Una commedia dopo l'altra la sua dizione si fa sempre più perfetta.

Ricordo...”La Passione di Cristo”, ripetuta per ben dieci volte, in cui interpreta la parte di Giuda; “La Nemica”, “L'Antenato”, “Terra Sconosciuta”, “Luce che torna” e tante altre ancora.

Non recita, si immedesima, dà tutto di se.

La platea lo seduce, lo entusiasma. E' talmente preso dalla sua passione artistica che si dimentica persino che è già un giovanotto maturo.

Infatti incontra la sua prima ragazza a trent'anni suonati, ragazza che subito trascura perchè il palcoscenico è il suo vero amore. 

Intanto risponde a tre chiamate alle armi, all'ultima delle quali una provvidenziale otite buscata in tre mesi di tenda all'adiaccio, lo salva dalla Russia.

Ritorna a casa, il mondo è cambiato, non ha un mestiere fisso, l'agricoltura è in declino. 

Poi incontra la sua futura compagna e si dà al commercio, magri guadagni rispetto alle sue scarse possibilità, ma l'unico a non crederci è l'ufficio delle imposte, e giù un'altra batosta che lo ributta a terra un'altra volta. 

E' il momento più duro della sua vita.

I figli studiano, le esigenze aumentano, ma lui non si perde di coraggio, fa cento mestieri uno dopo l'altro senza badare alla fatica; tutto fa brodo e, malgrado le mille preoccupazioni non muta neppure carattere, sempre allegro, sempre ciarliero, sempre ottimista.

Poi la situazione migliora: la figlia si impiega ed il figlio si guadagna gli studi durante le vacanze scolastiche.

A poco a poco i debiti della casa sono pagati, l'ufficio delle imposte è tacitato, e finalmente tira un poco il fiato. 

Un giorno, parlando di questi nostri figli, gli ho chiesto cosa ne pensava della gioventù moderna. Ecco la risposta:

«Indubbiamente l'avvenire è nelle mani dei giovani, che sono particolarmente favoriti per vari motivi: la tecnologia moderna, i passi da gigante fatti dalla scienza, la maggiore possibilità di frequentare le scuole, che aprono loro una via per potersi affermare. Con tutto ciò, non devono dimenticare che debbono innanzitutto trarre dai genitori e dalle persone preposte alla loro formazione quegli esempi e quei principi fondamentali che sono la base di una sana società del domani.»

«Bravo Dino, hai perfettamente ragione. Certo i nostri figli non troveranno mai tanto dura la vita quanto l'abbiamo trovata noi. I tempi sono cambiati, ma anche i nostri capelli hanno cambiato colore. Io vorrei che, quando i loro fossero come i nostri, l'umanità fosse più buona oltre che progredita. Più pace e meno orrori, più pane e meno armi. Vorrei che il mondo, rimesso a nuovo da questa benedetta gioventù a cui noi affidiamo le redini fiduciosi, fosse veramente fatto di uomini di buona volontà. 

GIUSEPPE VITTONE